Passo un dito sullo specchio ma le macchie non se ne vanno, quelle restano: rimangono attaccate sul mio corpo sifilitico, pieno di gotte, scosso dall'asma, sostenuto da zoccoli sfatti e fasciato di vesti povere. Povere, sì, perché sono tirchio, e spendo tanti denari quante fibre del mio carattere dovrei spendere ogni giorno contro i miei nemici, un carattere forte, testardo, questo lo so, ma gentile, perché il sangue chiama sangue e non c'è niente di più inutile della vendetta.
Il segretario giovane, quello nuovo, bello e biondo, entra nella stanza, si inchina, mi dice che è tempo di andare, e io annuisco intorpidito, è il tempo uggioso delle Fiandre che mi piega, che mi distorce; o forse lo specchio sudicio; o forse il fatto che sto andando ad abdicare, non so.
E' ottobre, verso la fine di ottobre del 1555, e mi viene da piangere, ma non posso fare a meno di sorridere: il nuovo segretario non sarà mai più bello di me.

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