domenica 29 maggio 2011

Quattropassi#13

Non è la morte, questo è indiscutibile, perché avere una siringa puntata sul tuo collo flaccido e guardare negli occhi, senza battere ciglio, il tossico rasato e lucido di sudore che te la stinge minacciosa di fronte non è da tutti. Non è la morte a terrorizzare Teresa, farmacista decisamente sovrappeso ed epicurea, né il dolore, né la perdita dei propri cari: ma allora che cazzo è, si chiede fissando il tossico che era entrato passando sotto la saracinesca abbassata per tre quarti e che ora si agita per la farmacia vuota sgraffignando questo e quello e si infila flaconi e confezioni rassicuranti color crema nella borsa di corda sfilacciata, allora che cazzo è.
La risposta la trova quando il metronotte sbatte la portiera dell’auto di servizio, fuori, oltre il marciapiede e le siepi ingiallite, ed il tossico la afferra per il braccio, ansimando miasmi: ha paura di non lasciare il segno, Teresa, perché cinquantadue anni, quattro figlie, un ex marito e un lavoro che detesta con turni di merda non valgono il romanzo rosa d’ambientazione islandese che sta scrivendo da due anni e che nasconde in una scatola Ikea ogni volta che suonano il campanello; non valgono il suo capolavoro, la sua impronta indelebile nella storia della caccola roteante che le formiche che la infestano chiamano Terra.
Non voglio morire prima di aver lasciato il segno, decide quando il metronotte picchietta alla saracinesca e il tossico le si stringe ancor più addosso, sotto la cassa, tappandole la bocca: è in quel momento che Teresa vede il trincetto per terra, a venti centimetri dalla sua mano, e si allunga piano piano, falange dopo falange, ma non ce la fa proprio a pregare, se non per sé stessa e per il nuovo colpo di scena che le è appena saltato in mente.

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